La digitalizzazione degli appalti: l’approccio OpenBIM

Con la digitalizzazione del settore delle opere pubbliche è sempre più sentita l’esigenzada parte della Pubblica Amministrazione di determinare, per quanto attiene al modello informativo, quante e quali informazioni comunicare al destinatario nell’ambito degli appalti da gestire con l’approccio BIM.

L’art. 4, comma 1, del D.M. 560 del 2017 prevede che: “Le stazioni appaltanti utilizzano piattaforme interoperabili a mezzo di formati aperti non proprietari. I dati sono connessi a modelli multidimensionali orientati a oggetti secondo le modalità indicate nei requisiti informativi di cui all’articolo 7 e devono essere richiamabili in qualunque fase e da ogni attore durante il processo di progettazione, costruzione e gestione dell’intervento secondo formati digitali aperti e non proprietari, normati, fatto salvo quanto previsto all’articolo 68 del codice dei contratti pubblici, a livello nazionale o internazionale e controllati nella loro evoluzione tecnica da organismi indipendenti. Le informazioni prodotte e condivise tra tutti i partecipanti al progetto, alla costruzione e alla gestione dell'intervento, sono fruibili senza che ciò comporti l'utilizzo esclusivo di applicazioni tecnologiche commerciali individuali specifiche.”

                Dalla lettura del predetto articolo si ricava che per il legislatore è di fondamentale importanza per l’intero processo di progettazione, costruzione e gestione dell’intervento da realizzarsi, l’utilizzo dei “formati aperti non proprietari che consentono ai soggetti coinvolti nell’appalto “BIM” di collaborare, e quindi condividere informazioni, indipendentemente dal tipo di software rispettivamente utilizzati.

                Tale approccio “aperto”, risponde ai principi della “filosofia” OpenBIM sposata da molti produttori di software basata sull’utilizzo di formati aperti tesi alla collaborazione nella progettazione, la realizzazione e la gestione di opere secondo standard e procedure aperti.

                La scelta del legislatore di sposare un simile approccio in materia di digitalizzazione del settore degli appalti pubblici va visto con particolare favore perché consente il rispetto dei principi di massima partecipazione, parità di trattamento e di trasparenza.

                Di tutta evidenza, infatti, che la possibilità per gli operatori del settore data loro dal legislatore per il tramite della espressa previsione di cui all’art. 4, comma 1, del D.M. 560 del 2017, della obbligatorietà nell’uso dei “formati aperti non proprietari”  di poter continuare ad utilizzare i software già in dotazione, senza la necessità di doverne acquistare di nuovi per poter prendere parte ad una procedura d’appalto pubblico, crea le condizioni per avere una maggiore partecipazione alle singole procedure.

                Una simile disposizione normativa, infatti, evita il pericolo che le stazioni appaltanti, in sede di redazione della lex specialis di gara, impongano o cadano in discriminazioni basate sulla richiesta di uno o più software specifici per l’esecuzione dell’appalto, creando così una disparità di trattamento tra operatori del settore.

                Così pure la possibilità di condivisione delle informazioni attraverso l’utilizzo di un linguaggio comune, quale il formato aperto che consente l’interoperabilità, permette di rispondere alle esigenze di trasparenza che gravano sulla Pubblica Amministrazione che può mettere a disposizione le informazioni di cui necessitano gli operatori in modo ugualmente agevole per tutti.

                A tal proposito vale richiamare la recente pronuncia della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Sez. V, 11/07/2019, n. 697/17, T.I. S.p.A. c. Ministero dello Sviluppo Economico e altri, che riguardo ai principi di non discriminazione e trasparenza ha ribadito che: Il principio di parità di trattamento e l'obbligo di trasparenza significano, in particolare, che gli offerenti devono trovarsi su un piano di parità, sia nel momento in cui preparano le loro offerte sia nel momento in cui queste sono valutate dall'amministrazione aggiudicatrice, e costituiscono la base delle norme dell'Unione relative ai procedimenti di aggiudicazione degli appalti pubblici”.

Nel caso di un appalto gestito secondo i principi dell’OpenBIM, grazie alla previsione obbligatoria dell’utilizzo dei formati aperti non proprietari, tali principi di parità di trattamento e trasparenza possono estendersi anche al di là della fase di selezione per la realizzazione delle opere da appaltare financo alla successiva fase di gestione e manutenzione, consentendo che i vantaggi dati dall’utilizzo dei formati aperti e non proprietari si estenda per tutta il ciclo di vita dell’opera.

Le stazioni appaltanti hanno la necessità di mantenere i dati accessibili nel tempo, senza incorrere nelle criticità derivanti dall’inevitabile evoluzione dei formati proprietari e delle eventuali vicende imprenditoriali dei loro produttori. Rimanendo, infatti, vincolate a specifici prodotti commerciali le stazioni appaltanti rischierebbero di limitare nel futuro il riutilizzo dei dati connessi alle opere appaltati solo previo utilizzo di tecnologie specifiche proprietarie.

Una delle caratteristiche dell’approccio BIM è il monitoraggio dell’intero ciclo di vita dell’opera che, nel caso di appalti di lavori di opere pubbliche, essendo destinate per loro natura a lunga durata, vedranno succedersi nel corso degli anni diversi operatori e diversi interventi a cui l’utilizzo di formati aperti non proprietari consentiranno di intervenire nel corso del tempo, indipendentemente dalla scelta dei software utilizzati per lo svolgimento della propria attività imprenditoriale.

Quanto detto si sposa inevitabilmente, a parere di chi scrive, anche con la necessità chel’ambiente di condivisione dei dati AcDAT o CDE che dir si voglia, indipendentemente da una espressa previsione normativa, che ad oggi manca nel nostro ordinamento, sia di proprietà della committenza.

Ed invero, prevedere l’utilizzo di formati aperti non proprietari senza prevedere la proprietà dell’ambiente di condivisione dei dati in capo alla committente, ovvero di quel luogo dove i dati devono essere messi a disposizione dei soggetti coinvolti nell’appalto BIM, potrebbe risultare limitativo della portata stessa del disposto dell’art. 4, comma 1, del D.M. 560 del 2017 se non addirittura potenzialmente pericoloso.

D’altra parte i limiti ed i pericoli derivanti dalla mancanza della proprietà dell’AcDAT in capo alla committente sono stati messi in luce dal caso sottoposto alla Tecnology and Construction Court inglese (TCC) dalla caso [2017] EWHC 2061 (TCC) che ha visto opposte la Trant Engineering Ltd alla Mott Macdonaldn Ltd ed in cui la mancanza di proprietà del CDE rischiava di apportare un danno grave ed irreparabile all’appalto (per approfondimenti e commenti sulla pronuncia A. Versolato e A. Bertella,  “l’Ambiente di condivisione dei dati (ACDAT) nei contratti pubblici. Definizione e profili giuridici”).

Concludendo, l’approccio OpenBIM va sicuramente visto con favore perché se applicato dalla Pubblica Amministrazione per la gestione delle procedure di gara e la realizzazione delle opere pubblicheconsentirà il rispetto, oltre che del disposto del citato art. 4, comma 1, del D.M. 560 del 2017, anche dei principi di parità di trattamento, trasparenza e massima partecipazione ma per essere massimizzato negli effetti degli scopi perseguiti dal legislatore dovrà necessariamente accompagnarsi con la proprietà da parte della committenza dell’AcDAT.

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