Siamo seduti in una comfort zone?

Parlare di comfort zone in edilizia potrebbe risultare provocatorio, in quanto né il cantiere, né gli studi progettazione sono storicamente luoghi confortevoli. In questo periodo di profondo cambiamento ed innovazione, sia esso rivolto ai modelli informativi digitali (BIM), sia che ci si riferisca al project management nelle costruzioni, possiamo sicuramente apprezzare come negli anni, su questi temi, tutto il comparto sia rimasto fermo ed ora fatichi ad uscire, benché sia diventa scomoda e spesso improduttiva, dalla famosa confort zone.

L’innovazione tecnologica

In realtà prima di analizzare i fattori di cambiamento, bisogna soffermarsi a riflettere sulla spinosa questione che individua l’innovazione tecnologica (software e hardware) come il motore principale che insiste sul comparto delle costruzioni. L’Italia è da sempre un paese ove la cultura “classica” sui temi di AEC (architettura, ingegneria e costruzioni) ha avuto un ruolo importante sia entro i confini nazionali che all’estero. Il problema però, che ora è emerso in maniera drammatica, è che non si mai innovata seriamente pagando un prezzo molto alto nell’attuare la trasformazione digitale, sia nel privato che nel pubblico. È innegabile dunque, che fatta eccezione di pochissime committenti, università e grandi studi progettazione, la maggior parte del comparto si trovi ad affrontare i temi classici del change management.

Come gestire il cambiamento?

Attualmente nelle organizzazioni ove ci sia reso davvero conto che è fondamentale cambiare, si creano nella maggior parte dei casi due principali reazioni, la prima è una forza propulsiva che muove verso il raggiungimento di obbiettivi (innovare il processo, introdurre il BIM, rivedere gli strumenti di lavoro), la seconda invece è una forza resistente che mira a contrastare il cambiamento. Questa è innescata da alcune forme di difesa naturali di tipo psicologico che possono essere individuali o di gruppo, una sopravvalutazione del rischio del cambiamento che, assieme ad una scarsa cultura innovativa, fanno il resto. Volendo parafrasare Douglas McGregor che ha studiando come i dirigenti, in organizzazioni di media e grande complessità, vedevano gli impiegati dividendoli in Y(quelli più proattivi e propensi al cambiamento)ed X(quelli più abitudinari e resistenti) possiamo certamente affermare che i primi essendo in una dimensione esplorativa tendono ad essere più conflittuali nei concetti, emozionati ed a volte contraddittori, i secondi invece, che vivono una dimensione difensiva, appaiono più coerenti, calmi e senza contraddizioni.
In buona sostanza la condivisione dei valori di una organizzazione rappresenta la base per poter operare un reale cambiamento ed il naturale senso critico verso la confort zone potrebbe essere l’inizio del cambiamento di paradigma del quale, oggi in molti parlano ma in pochi hanno ancora capito cosa sia e soprattutto come attuarlo.

L’evoluzione tecnologica in Italia

Paradossalmente in Italia i piccoli e micro, siano essi imprenditori che studi professionali, sono coloro che muovono in maniera decisa verso il cambiamento, perché hanno capito che in un settore in crisi, se vogliono rimanere sul mercato, debbono innovare. Ecco spiegato perché spesso e a ragion veduta, a parte i luoghi storici come alcune università dove si fa ricerca e sviluppo, si sente dire che il BIM è una rivoluzione che parte dal basso. Sarà di fondamentale importanza dunque per i legislatori la questione di come mettere a sistema tutti questi soggetti.  Come abbiamo appena spiegato invece, per le organizzazioni anche minimamente strutturate e soprattutto le imprese, questo passaggio risulta davvero complicato, facendo diventare i cantieri delle vere e proprie confort zone di tipo culturale sui temi dell’innovazione. Eppure la crisi avrebbe dovuto impattare fortemente sia processi organizzativi e decisionali sia sugli obbiettivi economici a breve e medio termine.

La strada verso il cambiamento

Senza voler entrare troppo in tecnicismi, possiamo dire che la strada operativa verso un reale cambiamento, in un soggetto economico mediamente strutturato è costituita da 3 passaggi fondamentali:

  1. il primo detto unfreezing (scongelamento) mira alla formazione e porta ad aumentare il sapere, il saper fare ed ha come obbiettivo primario la proattività dei componenti dell’organizzazione a “saper essere il cambiamento”.
  2. Il secondo invece è la parte operativa che porta a saper agire correttamente e a saper gestire la complessità durante la fase transitoria, in uno scenario organizzativo aziendale che muta, facendolo entrare in una dimensione organizzativa dinamica. Per intenderci avere a che fare con modelli informativi virtuali che cambiano a seconda delle esigenze del cliente non è uguale che gestire degli elaborati progettuali stampati in fogli A0, ed ancora operare in un sistema informativo condiviso attraverso database, non è come usare fogli elettronici di calcolo. Ma ovviamente in questa fase non basta solo fare il punto sulle competenze di tipo tecniche come le Hard ma ci sono anche le Soft che rappresentano il vero cambio di paradigma. Quindi ad esempio, passare da: necessità a creatività, correttezza a gestione virtuosa dell’imperfezione, individualismo a reti, connessioni e lavoro di gruppo, ecc. risulta essere fondamentale.
  3. La terza ed ultima parte è il refreezing (ricongelamento) ovvero la cristallizzazione dei risultati ottenuti che serviranno in seguito attraverso la ripetizione delle 3 fasi a rendere in buona sostanza una organizzazione fluida che opera di pari passo con una società che ne detta tempi, esigenze e regole.

I proprietari di aziende, gli amministratori delegati e tutti coloro che hanno responsabilità alte (general manager) devono quindi prepararsi ad essere veri e propri change manager (magari, ove occorra, facendosi aiutare) traghettando le proprie organizzazioni verso il futuro.
Siamo dunque pronti a far uscire i nostri cantieri e le nostre organizzazioni dal torpore culturale chiamato confort zone e affrontare questa sfida operando ora e subito, traguardando il medio termine?
La risposta l’avremo fra pochi anni (5 o 6 massimo) ove il mercato farà la sua inesorabile selezione, perché per l’appunto, tutto cambia, a partire dal mercato stesso.